Neurodiversità: paradigma biopolitico

Neurodiversità: un paradigma Biopolitico per la promozione dei diritti

Neurodiversità è un termine coniato nel 1990 dalla sociologa australiana Judy Singer per descrivere condizioni come l’autismo, i DSA e L’AD(H)D, allo scopo di spostare l’attenzione da modi di imparare e ragionare atipici senza considerarli esclusivamente quali frutto del deficit.

Il termine Neurodiversità non ha nè una valenza positiva né negativa, rappresenta la varianza tra gli individui.

Parte dalla critica rivolta da alcuni verso l’applicazione di criteri statistici alle persone.

Il concetto di Norma e di normalità

Cosa è normale? Il concetto di norma fa riferimento al lavoro di Gauss (1809) sulla distribuzione normale.

Utilizzata per descrivere con quale probabilità la misura di molte grandezze si distribuisce intorno al valore medio e implica la presenza di due code che si discostano da questa, in queste risiede l’anormalità.

In statistica la normalità è data dalla frequenza, quindi è normale chi si discosta poco dalla media.

Questo concetto è ben descritto nel racconto di fantascienzaIl paese dei Ciechidi H.G. Wells, in cui il protagonista Nunez raggiunge un villaggio popolato e gestito da generazioni da persone cieche.

In questo contesto, gli indigeni considerano Nunez come diverso perchè continua a spiegare inutilmente ciò che significa “vedere”.

Viene giudicato come primitivo, con i sensi non affinati per vivere tanto che il medico del villaggio spiega che sono i bulbi oculari a danneggiare il suo cervello consigliando di rimuoverli per tornare alla normalità.

Tale concetto è applicabile a ogni misura statistica che si utilizza sugli individui.

Come si vede nella figura per quel che riguarda il quoziente intellettivo in chiave ironica.

neurodiversità

Esempio in chiave ironica di Curva di Gauss applicata al Quoziente intellettivo.

L’attivista autistica Rosie King a tal proposito afferma:

Ma se ci pensiamo, che cos’è normale? Che cosa significa? Immaginate se il più bel complimento che avete ricevuto è: “Wow, sei davvero normale”.

Ma i complimenti sono: “Sei fantastica” o “sei diversa dagli altri” oppure “sei straordinaria”. Ma se la gente vuole essere queste cose perché tutta questa gente vuole essere “normale”?

Perché questa gente vuole versare la propria luce unica in uno stampino?

La gente è così spaventata dalla diversità che cerca di obbligare anche quelli che non voglio, o non possono, a diventare “normali”.

Ci sono strutture per le persone LGBTQ o autistiche dove cercano di farli diventare “normali”. Ed è terribile che qualcuno voglia fare queste cose al giorno d’oggi.

Il paradigma biopolitico della Neurodiversità

Alcune attivisti autistici, hanno utilizzato il paradigma della neurodiversità per proporre un rovesciamento delle prospettive.

Temple Grandin (2010), ha ipotizzato:

Fu un individuo autistico il primo a fare una lancia con una pietra, mentre gli altri individui socievoli chiacchieravano intorno al fuoco!

Alcuni di fatti hanno considerato il concetto di Neurotipicità in base alla prospettiva evoluzionistica. In questo senso alcune caratteristiche oggi considerate alterazioni cliniche potrebbero aver avuto un significato adattivo in passato.

Ad esempio il pensiero tridimensionale delle persone dislessiche, potrebbe essere stato fondamentale nelle culture pre-letterate.

Si ipotizza di fatti, che potessero costituire un vantaggio nel tracciare le rotte di caccia, nella progettazione di utensili e nella costruzione di ripari.

La critica sottesa nel costrutto sociale della Neurodiversità è riassumibile da una nota citazione di Albert Einstein:

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.

La categorizzazione e Il valore dell’unicità

Un altro concetto importante veicolato dal paradigma della neurodiversità riguarda l’attribuzione di valore alla persona, nel riconoscerne le proprie caratteristiche di individuo.

La categorizzazione è un processo tipico per  la natura umana che ci permette di recepire nel modo più economico possibile le informazioni.

Quando gli schemi categoriali vengono applicati all’uomo si crea un paradosso, ciò avviene perché la natura umana è ciò di più dissimile da una mera semplificazione.

L’uomo è complesso per natura e questa sua complessità è il valore che lo rende umano, quando ci illudiamo di poter riassumere le persone mediante un unico schema categoriale agiamo in disarmonia con quella che è la nostra vera essenza e inevitabilmente perdiamo valore. Perdiamo l’opportunità di poter ammirare tale complessità.

Dunque a parità di diagnosi di neurodiversità non esistono due individui uguali, proprio perché è normale che ogni persona sia diversa dall’altra.

La mia esperienza come educatrice in un centro estivo

Quando lavoravo come educatrice in un centro estivo un giorno un bambino di 7 anni venne a chiedermi perchè i suoi due compagni autistici fossero così diversi anche tra loro:

  • M. era non verbale, con evidenti stereotipie motorie ma amava il contatto con gli altri bambini, gli dava il cinque o gli abbracciava spesso.
  • F. invece parlava benissimo, ma passava tutto il tempo a guardare video e fare giochi sul suo cellulare, nell’angolo del giardino più lontano da tutti, lo infastidivano le persone e se facevi una domanda rispondeva perfettamente ma poi scappava via.

Risposi al bambino chiedendogli se per caso lui che non era autistico fosse uguale ai suoi compagni o se io fossi uguale alle altre educatrici.

Mi disse di no e gli spiegai che ogni persona ha le sue particolarità e che è proprio questo il bello.

Il fatto che fossero autistici non voleva dire che non avessero le proprie differenze come tutti.

  • E. che pensa solo a diventare arbitro
  • A. che odia il calcio
  • C. che odia qualunque sport e passa la giornata a fare braccialetti colorati
  • G. che parla solo di videogiochi
  • E. che viene dalla Romania e sta imparando l’italiano
  • S. che gioca solo con le femmine e via discorrendo.

Trovo molto interessante che un bambino di 7 anni si sia posto una domanda che molte persone che lavorano nel campo della disabilità e dei DSA spesso dimenticano.

Spesso una diagnosi veicola con se degli stereotipi, per cui ogni bambino dislessico non ama leggere, ma non è così ovviamente, conosco molti dislessici che traggono piacere dalla lettura e a cui magari non piace disegnare, o persone autistiche che amano stare con gli altri e comunicare, o che non mostrano stereotipie.

Concludendo

Il paradigma della Neurodiversità non nega le difficoltà e i deficit esperiti, afferma invece un’eccessiva enfasi sulla teoria della tragedia personale a scapito delle caratteristiche positive di quelli che sono considerati disturbi.

La Neurodiversità pone il focus sulla discrepanza tra richieste dell’ambiente e caratteristiche personali.

In questo caso la persona è disabilitata dalle richieste dell’ambiente che stabilisce quale sia la normalità.

Gli interventi in campo di Neurodiversità non mirano a normalizzare ma a incrementare le potenzialità già presenti negli individui.

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