Disabilità: 3 modelli teorici a confronto

Tre modelli teorici a confronto

I modelli della disabilità sono distinguibili in tre categorie ovvero quelli che attribuiscono la disabilità:

  • Alla persona (ICIDH).
  • All’ambiente (Modello sociale).
  • All’interazione tra persona e ambiente (ICF).

 

Il modello medico e ICIDH

Il primo tipo è ad esempio il modello medico, di cui la classificazione ICIDH (international classification of impairments, disabilities and handicaps) risulta la più rappresentativa.

Schema riassuntivo modello ICIDH.

Figura 1. schema riassuntivo modello ICDH.

 

  • Disturbo: una situazione di anomalia intrinseca all’individuo che si manifesta mediante segni e sintomi.
  • Menomazione: Perdita a carico di funzioni psichiche o fisiche che si manifesta tramite l’esteriorizzazione del disturbo.
  • Disabilità: Qualsiasi limitazione nella capacità di agire che si manifesta a seguito di una menomazione, si tratta di uno svantaggio a livello personale.
  • Handicap: Uno svantaggio sociale derivante da una menomazione o da una disabilità.

Questo modello prevede dei collegamenti unidirezionali (rappresentati dalle frecce) che negano ogni possibile strategia di mediazione.

L’ottica unidirezionale porta a una attribuzione della responsabilità alla persona, ovvero l’individuo esperisce un disturbo che qualora non venisse curato porta alla disabilità e quindi a limitazioni a livello di partecipazione sociale (handicap).

L’ottica lineare è spiegabile con un esempio; immagina di essere un docente universitario che a seguito di un incidente si trova su una sedia a rotelle con entrambe le gambe fratturate.

Se la cattedra da cui devi svolgere la lezione fosse raggiungibile mediante una rampa, non incorresti in grossi problemi.

Diversamente avverrebbe se l’aula in cui si tiene la lezione si trovasse in cima a una rampa di gradini.

In quest’ultimo caso saresti disabilitato dalle barriere che porterebbero a una limitazione nella partecipazione sociale.

In questo caso le strategie di interazione possono dare esiti differenti annullando la disabilità e il deficit derivante.

 

Il modello sociale della disabilità

Il modello sociale della disabilità nasce nel 1981 ad opera di associazioni per la tutela dei diritti dei disabili (UPIAS).

Si contrappone al modello medico, contro cui formula alcune critiche:

  • Si tratta di un modello individuale, che focalizza il problema della disabilità all’interno dell’individuo;
  • Sostiene che la disabilità sia causata esclusivamente del deficit del disturbo;
  • Non prevede strategie di interazione (es. strumenti compensativi, sostegno sociale etc);
  • Alimenta la teoria della tragedia personale, che vede la disabilità come un fatto terribile che capita a persone estremamente sfortunate;

Il modello sociale della disabilità sostiene invece che: la disabilità è una condizione sociale non una condizione medica.

Sposta la responsabilità sul contesto sociale.

La disabilità è vista come un costrutto sociale, data dall’incapacità da parte della società di fornire servizi adeguati a garantire le esigenze delle persone disabili.

Un esempio di medicalizzazione della disabilità è fornito dalla storia delle persone con limitazioni nell’udito.

In passato vi furono diversi momenti in cui altre persone decisero il destino delle persone sorde.

L’educazione di queste si scisse in due correnti, che in parte continuano a persistere:

Gli oralisti che ritenevano necessario insegnare ai sordi a parlare e gli utilizzatori del linguaggio dei segni, che basavano la comunicazione delle persone sorde sui gesti.

Questo è avvenuto senza tenere conto di quali conseguenze l’uno o l’altro metodo avrebbe avuto sul loro sviluppo neuropsicologico e sulla discriminazione.

Banalmente si pensi al termine “sordomuti” in passato molto diffuso, che aggiungeva il mutismo alla disabilità uditiva quale conseguenza inevitabile.

 Il modello sociale della disabilità si struttura su due livelli :

Menomazione: Condizione di avere un arto o un meccanismo del corpo difettosi.

Disabilità: Svantaggio o restrizione di attività causati dal organizzazione sociale contemporanea che tiene conto poco o per niente, delle persone con impedimenti fisici, escludendole dalla partecipazione sociale.

 

Il modello biopsicosociale della disabilità: ICF

L’ ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health) nasce allo scopo di colmare le critiche rivolte verso l’ICIDH da parte delle associazioni per i diritti dei disabili nel dal modello sociale della disabilità.

Ha carattere innovativo in quanto, non descrive più le conseguenze delle malattie ma parte dalle condizioni di salute.

3 Modelli di disabilità a confronto

Figura 2. Schema rappresentativo del ICF.

 

L’ICF si divide in due parti: componenti del funzionamento e componenti della disabilità che si distribuiscono lungo un continuum come si vede in figura 3.

3 Modelli di disabilità a confronto

Figura 3. Funzionamento e disabilità.

 

I livelli inerenti le funzioni corporee, l’attività e la partecipazione possono essere analizzati sia dalla prospettiva positiva che negativa (come si vede in figura 2).

L’ICF risulta pionieristico per i seguenti motivi:

  • Nasce dal tentativo di creare un modello intermedio tra quello medico e quello sociale;
  • Tiene conto dei fattori contestuali sia personali che ambientali che possono interagire a più livelli;
  • Utilizza una terminologia positiva partendo dalle condizioni di salute e non dal deficit;
  • Prevede strategie di interazione che si influenzano su più livelli;
  • Coinvolge e auspica un lavoro di rete con la collaborazione di più professionisti (biopsicosociale).

 

 

I modelli della disabilità a confronto: conclusioni.

I tre modelli hanno in comune il vantaggio di aver proposto una terminologia condivisa in materia di disabilità.

Il modello medico vede la disabilità come caratteristica intrinseca alla persona, quello sociale attribuisce la responsabilità all’ambiente e il modello biopsicosociale si pone come una via intermedia tra i due.

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